In my secret garden

Il Parco Ducale di Parma tra ideale e oggettività

Sono al Parco Ducale di Parma, la scusa è una camminata stancante che mi ritempri. Spensierato mi faccio distrarre da un Apollo citaredo e da una Venere pudica e mi addentro nelle boscaglie, mi diverto a perdermici.

Chiudo gli occhi e apro i sensi, l’olfatto e l’udito. Odo un’eco lontana di chiacchiericcio, di scalpiccio sulla terra battuta. Sento il tiepido sole che pigramente scalda l’autunno incipiente di una mattina nel XVIII secolo. Sa di erba. Predispongo i parametri della mia macchina del tempo e ripercorro a ritroso i secoli. Destinazione: epoca borbonica.

Arcadia 10

La seconda metà del Settecento fu per Parma la luce che fece impallidire i ricordi della pingue pompa sovranista degli ultimi Farnese. Furono anni illuminati. La lezione razionalista di Parma si compiva per opera di due francesi, nati là dove i lumi della ragione cambiarono per sempre la consapevolezza del mondo: Guillame Du Tillot, intendente generale e poi Ministro delle Finanze in casa Borbone, ed Enmemonde Alexandre Petitot, docente dell’Accademia e architetto delle Fabbriche Ducali.

Qui, in questo giardino, provo a pensare alla forza ordinatrice del Petitot che di questo stesso spazio, coltivato nel tardo Cinquecento a prato, bosco e frutteto dai sudditi di Ottavio Farnese, fece l’espressione del dominio gentile dell’uomo sulla natura, in un dialogo composito di ambiente vegetale, scultura e fruizione. Quel razionalistico progetto lo aveva ricalcato da le jardin des Tuileries di Luigi XIV, depurandolo dai giochi d’acqua e dai parterre de broderie, i ricami di siepi, decisamente onerosi per una dinastia che sognava i fasti di Versailles tra le nebbie padane.

 

Allora ho provato anche ad immaginare la luce di mille lanterne accese nella notNell'immagine un'incisione dell'epoca della "Fiera cinese"te, dove oggi è il chiosco che distribuisce tè freddi e gelati. Le avevano appese per i festeggiamenti nuziali del duca Ferdinando Borbone con Maria Amalia D’Asburgo-Lorena; illuminavano a festa i banchi della “fiera cinese”, perfetta mise en scène di un mercato orientale con oggetti etnici made in Italy e comparse, arruolate tra i parmigiani, dagli occhi allungati di bistro e dai cappelli di paglia stretti sotto il mento.

Nelle immagini un'incisione settecentesca della "Fiera cinese" e il finto tempio in rovina

Tempio 20Poi fu il momento della poesia. In un’Arcadia ideale di mattoni e marmi si dide via al canto. Sfilavano nella rotonda pastorelle e pastori tra le quinte vegetali dei sicomori (cosa non facesse la corte per compiacere i duchi...), le orecchie tese ad ascoltare le voci di Doride e Amarilli, tra le altre, che mescevano i bucolici versi al gorgoglìo di un ruscello, che tra i decadimenti di un tempio monoptero dodecastilo, scorreva e scompariva nelle ombre della sera. Faceva da fondale «...un gruppo elegantissimo rappresentante Sileno, quando Cromi, e Mnasilo tentano di legarlo, ed Egle sopraggiunta gli tinge il viso colle more spremute.».

 

 

 

Arcadia 30Fruscii nell’erba mi ridestano, una turista perplessa ruba uno scatto rapido al tempio. Quell’architettura aulica, eretta con il gusto antiquario del frammento, quasi di piranesiana memoria, da scenografia (tra le prime in Italia) mi appare realtà. Graffitari inutili di inutili graffiti hanno deturpato lecolonne laterizie. Le frequentazioni amorose e oscene del sottobosco hanno spostato i loro talami: gente altra si è insediata.

La rea inconsapevolezza ha giustificato lo squallore dei vetri e della plastica, l’incuria della municipalità ha fatto il resto.
Rimango, cammino, esploro, ma la sana collera mi punge la mente, un grido sprezzante vorrebbe uscire. Vedo che il mondo decade ma se è già ristoro stringersi tra noi in corale dissenso, lasciate che anche Sileno volga il suo beneaugurante canto di rinascita, qui dove duecentocinquantuno anni fa un cantante gli prestò la voce:

 

 

Festa Arcadia

«Vaghe Dive, i rai volgete
Al sì caro albergo antico;
E dal Ciel festose, e liete
Ritornate omai quaggiù.
Novo regno a voi prepara
Dafni, e Fille in queste arene.
Qua con voi facendo a gara
L’Innocenza e la Virtù.
Ecco già tornano,
felice Arcadia,
e gli aurei secoli
tornan con lor.».

 

Nelle immagini il gruppo del Sileno di J. B. Boudard e un'incisione settecentesca raffigurante la festa campestre

Testi virgolettati tratti da: “Le pastorelle d'Arcadia”, festa campestre nelle augustissime nozze delle Altezze Reali del Reale Infante di Spagna Don Ferdinando di Borbone, duca di Parma, Piacenza, Guastalla, ec. ec. ec. e della Reale Arciduchessa d'Austria Maria Amalia

Bibliografia

C.Mambriani e F. Barocelli, “Il Giardino di Parma: da delizia ducale a patrimonio collettivo di arte e natura”, Reggio Emilia, Diabasis ed., 2006.

Nelle foto la documentazione del degrado in cui versano le strutture del tempio dell'Arcadia.    

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